OldBoy di Spike Lee

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OldBoy di Park Chan-wook era un capolavoro. Un film indimenticabile. E a dieci anni di distanza è sempre lì, nella mia e nella vostra memoria.

Ridi e il mondo riderà con te, piangi e piangerai da solo.

Non lo cancelli. Immagini, soundtrack, battute, personaggi e storia. Un film scolpito nella pietra da tramandare ai posteri.

Spike Lee, nonostante queste premesse, ha realizzato il suo personale remake . Una scelta mal digerita da tutti, probabilmente mai compresa fino in fondo. Chi ha incontrato Spike negli ultimi due anni, non gli ha chiesto foto o autografo. Voleva risposte. Perché? Chi te lo fa fare? Non riuscirai a fare di meglio!

E indovinate un po’? Non ci è riuscito!

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Chi vi scrive non è contro il Remake a priori.

The Departed di Martin Scorsese era un fottuto buon film, a tratti migliore dell’originale (Infernal Affairs, ndr). Non cambiava solo il contesto, il plot narrativo e i personaggi, ma trovava una nuova dimensione e investiva lo spettatore con inaspettata freschezza.

Per questo, con coltello fra i denti e prospettive pari a zero, sono andato al cinema vedere il risultato di Spike Lee.

Le intenzioni mi sono parse ben chiare fin dall’inizio. OldBoy made in America vorrebbe essere un solido thriller di genere, con un grandissimo colpo di scena finale da lasciare senza fiato. Queste le intenzioni, ma quello che ne è uscito è molto diverso.

Il melodramma, la poesia, l’humour nero e picchi di violenza esasperata dell’originale; vengono sostituiti da un plot che si affanna a spiegare l’impossibile, fosse anche il superfluo, eliminando ogni sfumatura onirica o di dubbio. Tutto procede arrancando verso il successivo check point narrativo. La sceneggiatura è talmente permeata da “spiegoni”, che passa gran parte del tempo a far parlare i personaggi fra loro in situazioni inverosimili, annullando totalmente proprio quella tensione che un thriller dovrebbe regalare. Gli stessi attori, per quanto bravi, sono tutti troppo concentrati a dar vita a personaggi sopra le righe e fuori dagli schemi. Josh Brolin riesce benissimo a risultare un coglione antipatico, ma non incarna mai il fuoco della vendetta e dell’eroe sofferto. Sharlto Copley e Samuel L. Jackson sono imbrigliati in ruoli e battute da macchietta, entrano ed escono di scena quasi come fossero in viaggio premio al villaggio vacanze. Inaspettatamente l’unica a regalare emozioni è la bella e sensuale Elizabeth Olsen.

In tutto questa felice mediocrità, arriva come un fulmine al ciel sereno la famosa scena del martello. Un copia/incolla che non ti aspetti e ti prende completamente alle spalle. Il risultato è un effetto straniante clamoroso. La regia controllata di Spike Lee scimmiotta i virtuosismi estetici di Park Chan-wook nel lungo piano sequenza laterale della lotta. Gli avversari, che pur essendo in America, sono armati di soli bastoni e coltelli. Si crea così un confuso balletto comico completamente fuori contesto.

Tralasciando ulteriori cadute di stile, e momenti veramente malriusciti, quello che rende il film di Spike Lee un clamoroso buco nell’acqua è il finale. Un colpo di scena, talmente forte, talmente funzionale, che poteva essere solo sbagliato. E così è stato. Purtroppo l’eccessiva dose di spiegazioni, e la troppa voglia di addolcire la sconvolgente rivelazione preparando lo spettatore, leva forza al tutto e la verità arriva gradualmente. L’effetto sorpresa è depotenziato, la paura di impressionare cede il passo ad una conclusione più “accettabile” e per alcuni versi indolore.

In definitiva un film che non solo non porta niente di nuovo all’originale, ma non lascia memoria di se anche ai novelli spettatori. Utile solamente per scoprire e riscoprire, se ancora ce ne fosse bisogno, che gran film era OldBoy di Park Chan-Wook.

Nota a margine: Dai Spike rallegrati. Il tuo OldBoy è brutto, ma mai come Miracolo a Sant’anna!

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Un pensiero riguardo “OldBoy di Spike Lee

    luxhandmade ha detto:
    18 dicembre 2013 alle 20:28

    😀 è la mania degl’americani di dimostrare che hanno il pisello più grosso!!!

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