La Potenza Espressiva della Maschera

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In questo post dedicato a Star Wars concludevo con Ci mancherai Darth. Tu più di tutti.

E’ innegabile che Darth Vader sia diventato negli anni l’icona principe della saga. A tal proposito vi ripropongo un vecchio e breve articolo dedicato all’importanza della maschera nel cinema, scritto per Antipasto Magazine qualche anno fa.

Sotto l’articolo, invece qui trovate il numero 2 integrale con a pagina 75 il mio contributo in inglese.

Darth-Vader-Pro

La potenza espressiva della maschera

Ci sono film in cui il protagonista esiste solo sulla celluloide, ruoli che non hanno bisogno di grandi interpreti, sostituiti da un’idea folgorante e una sceneggiatura perfetta. Una maschera che crea il mito indimenticabile.

Michael J. Fox sarà per sempre Marty McFly. Harrison Ford resta indimenticabile nel ruolo di Indiana Jones. Se dico James Bond pensate a Sean Connery. Per non parlare di Viggo Mortensen nella parte di Aragorn.

Ma chi è invece Darth Vader? Chi è Michael Myers? E V di V per Vendetta?

Gli esempi potrebbero essere tantissimi ma preferisco soffermarmi su questi tre film.

Ad impersonare Darth Vader nei primi tre film è stato David Prowse. La voce non era nemmeno la sua, ma di James Earl Jones. In pochi lo sanno, ma non importa. La figura di Anakin Skywalker è diventata protagonista assoluta di tutta la saga. Darth Vader è immortale a differenza di tutti gli altri personaggi che nella vita reale invecchiano e muoiono. Un casco nero, una maschera minacciosa e una voce meccanica ne fanno il cattivo numero uno in tutta la storia del cinema.

Quando John Carpenter ha girato Halloween – La notte delle streghe non si aspettava di certo il successo planetario che il film ha avuto. Costato pochissimo, è diventato un cult assoluto del cinema horror-slasher di tutti gli anni ottanta. Un genere che ha visto nascere di lì a poco: Nightmare e Venerdì 13.

Michael Myers, nonostante i molti epigoni, rimane ancora l’assassino più inquietante che il cinema moderno abbia prodotto. Una maschera di colore bianco è quanto è bastato a Carpenter per spaventare milioni di persone. Anonima ed inespressiva, così come  Michael incapace di sentire qualsiasi sentimento che non sia la propria furia omicida.

V invece è un personaggio che viene direttamente dal mondo delle Graphic Novel creato da quel genio di Alan Moore. Nell’omonimo film, V for Vendetta, il nostro eroe mascherato (l’attore Hugo Weaving) si aggira in una Londra repressa da un regime fascista che comanda l’intero paese. V, il nome del protagonista, con il viso perennemente coperto con i suoi atti eversivi cerca di risvegliare gli animi di un popolo ormai soggiogato dal potere. Sovversione, ribellione, libertà e lotta sono tutti concentrati in quella maschera sorridente ispirata al cospiratore inglese Guy Fawkes. Una maschera che Alan Moore ha cercato di elevare a simbolo, a segno e messaggio, capace di smuovere un’intera nazione.

Maschere immobili, mono-espressive, alle volte scarne e senza esser particolarmente raffinate. Riescono ad emozionare, entusiasmare e spaventare milioni di spettatori.

La maschera riesce a vivere nella memoria, a innescare ricordi e ai suoi significati, risveglia le emozioni legate al film e alla sua visione. E’ esattamente uguale a come l’abbiamo vista la prima volta, in qualsiasi fotogramma sarà sempre la stessa, non ci sarà uno sguardo diverso o un sorriso, è figlia della celluloide e sarà immortale finché il film verrà ricordato.

Una potenza espressiva imprevedibile, che dipende da molti fattori ma che alle volte ci consegna un personaggio indimenticabile.

PS: Dopotutto ce lo dice pure Zerocalcare.

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Un pensiero riguardo “La Potenza Espressiva della Maschera

    […] questo dobbiamo sommare la sua figura mitica (qui in parte spiegata), che lo ha trasformato in un’icona al pari di Elvis o Marilyn, roba da […]

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