White God di Kornel Mundruczó

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Se i cani sono la vostra vita, state alla larga da questo film.

Un inizio folgorante che anticipa la svolta finale del film. Una bambina in bicicletta, in una Budapest deserta è inseguita da una mandria di cani scatenati. Tanto sognante quanto potente nel suo incredibile realismo.

In una Ungheria popolata da stronzi, se hai un cane bastardo devi pagare una tassa speciale. La piccola Lili e il suo cane meticcio Hagen non piacciono proprio a nessuno. Attraverso un’impressionante galleria di personaggi pessimi, scenderemo nei bassifondi di Budapest, fino a vivere una sorta di olocausto canino e la conseguente, ma quanto mai liberatoria, ribellione.

Strano, complesso e capace di suscitare le più diverse emozioni; il quinto film del talentuoso ungherese Kornel Mundruczó si distingue per uno stile di regia unico e impeccabile, e una sorprendente abilità nel dirigere un cane al pari di un attore. In un dramma dalle venature horror, il regista dipinge un’aspra critica alla società odierna e le sue differenze di classe, tra sfruttatori e sfruttati, privilegiati e poveracci, e tutte le brutture di quel mercato delle sofferenze che non vogliamo vedere, ma che esiste ed è sempre più alimentato dall’indifferenza. Un film allegorico quindi, dove si sceglie di raccontare l’odissea del cane Hagen per raccontare temi più grandi.

La trama, come detto, si muove e spazia fra più generi. Una prima parte dominata da un realismo calcato spinto verso l’esagerazione, e una seconda con momenti di puro splatter e sequenze che vanno a ricalcare perfino L’Alba del Pianeta delle Scimmie. Un cocktail d’autore, dove talvolta l’eccessiva spinta per colpire il pubblico, ottiene l’effetto contrario. Le troppe cattiverie inflitte ai cani, la mancanza di un qualsiasi personaggio minimamente dotato di umanità, e la quantità di sfighe che si abbattono sul povero Hagen, diventano tutte insieme talvolta disturbanti e pretestuose.

White God è quindi un film complesso e inusuale nel panorama di oggi, afflitto dall’esigenza di stupire e quindi autocompiacersi, perdendo a volte il mordente su una narrazione asciutta e perfetta nei suoi passaggi chiave. Nonostante tutto una perla, anche se macchiata, da scoprire nel panorama cinematografico odierno.

 

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