Mission: Impossible – Rogue Nation di Christopher McQuarrie

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Il Colore dei Soldi fu il mio primo Scorsese, il primo Newman, e inevitabilmente il primo Cruise. Ero piccolo (e già da sposare), ma fu chiaro fin da subito che quel giovane bullo dal sorriso facile era un fenomeno. Bucava lo schermo come pochi. 

Provai a dirlo in giro, anche anni dopo, ma non riscossi grande successo. Per motivi veramente inspiegabili non ero un figo d’ascoltare. E capii che Tom all’epoca stava un po’ nella stessa situazione. Alla mia generazione non piaceva, era considerato un attore scarso e antipatico. Della serie: bello l’ultimo Kubrick peccato per quella merda di Tom Cruise.

Che poi la stessa cosa si ripresentò qualche anno dopo per Di Caprio. 

E ora? Tutti che negano e fanno apprezzamenti scontati. Grazie, ma non serve più. Ormai sia io che Tom abbiamo risolto i nostri problemi di figaggine.

Ci sono due modi per recensire Mission: Impossibile – Rogue Nation. Parlare di Tom Cruise o parlare del film. Iniziamo dalla seconda.

Il quinto capitolo delle avventure di Ethan Hunt è il più bilanciato del franchise, un perfetto mix fra i primi due capitoli che avevano segnato lo stile della serie. McQuarrie fonde il thriller di DePalma e l’action di John Woo in Rogue Nation con risultati strabilianti sia in termini di ritmo che visivi, per quello che è un blockbuster che funziona da Dio.

A testimonianza di questo le due sequenze principali. Il teatro viennese e l’inseguimento in Marocco.

Tutta la parte ambientata a Vienna all’interno del Teatro dov’è in scena la Turandot di Giacomo Puccini è perfetta. Direttamente ispirata da L’uomo che sapeva troppo di Hitchcock, è un’intricatissima combinazione di cecchini e sguardi. Chi spara a chi e perché. E noi lì con occhi sgranati e il cuore in gola. Applausi.

Poi arriva il Marocco, e dici: vabbè ora arriva la scena migliore, l’immancabile furto impossibile. E in effetti arriva. Ma quello che ti spiazza è che manco 1 minuto dopo parte l’inseguimento più tosto dell’anno. E se quello iniziale in macchina è fico, quello in moto è clamoroso. Uno dei migliori mai visti al cinema per intensità, gusto dell’inquadratura e montaggio. Breve ma indimenticabile. I colori del deserto, quella giacca pitonata rossa, le moto nere, il tutto combinato al vero faccione di Tom controvento, è una scarica d’adrenalina che ti spacca in due. Ti monta una fotta di guidare a 200km/h senza casco che non ci stai dentro. (Fortuna ho il liberty 125cc sennò la recensione la facevo dall’ospedale)

Fino a qui M:I 5 vola altissimo, e se proprio devo fare il pignolo e trovare un difetto, oltre una trama ridotta al minimo sindacale, e un cattivo che funziona ma privo di carisma, indicherei tutta la parte finale a Londra. L’ultimo atto del film non regge il confronto con i precedenti, è inevitabilmente più fiacco e dal ritmo abbastanza blando, nonostante una perfetta chiusura dello scontro finale.

Veniamo invece a lui. Il volto, il fisico e l’emblema di questo film e l’intero franchise. Tom Cruise. Magari un giorno faccio un post dedicato, per stavolta direi che possiamo semplicemente ricordare che il film si apre e si chiude con lui (non una controfigura) attaccato ad un Airbus in volo, e il suo nome scritto a caratteri cubitali.

Prendere o lasciare. Gira tutto intorno a lui e il suo folle impegno.

PS: contando anche l’inseguimento di M:I 2, Tom Cruise si candida a miglior motociclista della storia del cinema.

PSS: In realtà, nonostante affermi il contrario, una controfigura per le scene pericolose c’è. In questo video tutta la verità sulla sullo storico stuntman di Tom Cruise. 

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