Suburra di Stefano Sollima

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Sottotitolo: l’eroina fa male ma  il piombo di più.

La Roma di oggi, quella di mafia-capitale, dominata da politici, criminali, gente di spettacolo e di chiesa. Tutto si mischia, tutto si fonde, in unico giro illegale di denaro e potere che collega l’Italia da sud a nord. Suburra è un film che come Romanzo Criminale e Gomorra prima di lui, diventerà una serie targata Netflix. Potenzialmente un nuovo orgasmo visivo, ma che nella sua prima uscita nella veste più nobile e lussuosa del lungometraggio fa cilecca e va totalmente in bianco.

Eh si. Ho fatto un lungo giro di parole, per colpirvi duro quando già vi aspettavate l’ennesimo post esaltato per un film che di esaltante non ha niente. Suburra è una grande occasione persa, che Sollima sia potenzialmente il miglior regista di genere che abbiamo in Italia è risaputo, così come i suoi serial spacchino altrettanto, e invece che i suoi film siano belli a prescindere… bah, inizio a dubitare che riuscirà mai a darci un film al pari di quello che ha mostrato sul piccolo schermo.

E’ proprio l’impianto televisivo, i tempi allungati e la gestione del ritmo che impone la serialità che sembrano aver ormai contaminato la sua narrazione. Suburra è talmente carico di aspettative che si contorce su stesso. Un po’ di genere, un po’ d’autore, un po’ d’attualità. Finisce per non esser niente di tutto questo, in un guazzabuglio di buchi narrativi, personaggi abbozzati, e filosofia di borgata che non fa mai breccia. Lo spettatore aspetta un colpo di scena, una svolta, un cenno, un segnale… il volume della musica si alza, le immagini si fanno evocative, i colori più saturi, eppure non succede niente. Non è l’onda impetuosa che ci si aspetta, ma una semplice marea.

Da un punto di vista tecnico Sollima fa un lavoro incredibile, la sua estetica è moderna e potente, che non teme paragoni con registi più blasonati. E se stilisticamente a tratti mi ha ricordato molto il Drive di Refn, è proprio nel confronto con il regista danese che intravedo tutti i limiti di Suburra. Anche Drive aveva una storia a tratti ridicola, ma ti mandava il cuore a mille nei primi cinque minuti, e continuava a martellare nei restanti. Adrenalina che nel film di Sollima non monta mai, pur essendo negli intenti un film pienamente di genere.

A grandi linee è tutto. Ci tengo però a parlare velocemente dei personaggi.

Il Politico – Coca e mignotte tutta la notte. Croce celtica al collo. Ricatti, voti di scambio, indagini e sopratutto voglia di rimanere sulla poltrona grazie alle liste bloccate del Cavaliere. In pratica la figurina del parlamentare italiano, interpretato insopportabilmente da un Favino sempre sopra le righe.

Il viveur – Quello che organizza le serate giuste. In mezzo a ricchi, alle escort, nei party romani di sorrentiana memoria. Il solito Elio Germano, bravo ma un po’ uguale alle 100 interpretazioni precedenti, che da vita al personaggio più inutile della storia. A pensarci bene si potrebbe eliminare dalla sceneggiatura e il film non cambierebbe di una virgola.

Lo scooterista (Gangter n.1) – In pratica Massimo Carminati. Forse l’unico personaggio che trasuda “cinema” senza essere di cartone. L’impermeabile lungo, il muoversi in motorino, il the caldo al bar, è una caratterizzazione inusuale che funziona. Amendola è il più bravo della brigata, e quello che s’impegna maggiormente, però nonostante tutto non funziona al 100%. Il suo Samurai meritava un faccia più truce, più realistica. Meno da commedia insomma.

Lo zingaro (Gangster n.2) – La cosa che ho apprezzato di più. Manfredi Anacleti mi ha divertito nella sua totale arroganza e menefreghismo; e quando mena fortissimo Elio Germano siamo un po’ tutti con lui.

Lo zarro e la tossica (Gangster n.3) – Qui siamo di fronte alla coppia più improbabile del cinema italiano contemporaneo. Lui è fisso alla finestra a guardare l’orizzonte e filosofeggiare. E lei si droga. Quando non è così lui fa la faccia a matto, e lei sta in botta pesa. Io dico… mah!!

Il papa – Nessuno ha capito il senso di questa linea narrativa, se non che Ratzy ad una certa decise di dimettersi, con gli sticazzi generali di mezza Roma.

Aspettiamo la serie vai… e nel frattempo tutti alla finestra a tirar fuori pensieri degni.

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