Il Ponte delle Spie di Steven Spielberg

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La fu New Hollywood che ormai fa vintage.

Un film che sa di antiquariato solo a vedere il trailer, mettici pure Steven Spielberg e Tom Hanks imbolsito e il gioco è fatto. Il Ponte delle Spie non tradisce le aspettative, è un film vecchio stile con tre atti solidi e il finalone ad effetto. 

Una prima parte lenta, piena di dialoghi, che presenta i personaggi e prepara il campo agli sviluppi narrativi. La più impegnativa, a tratti noiosa e scontata. Tutta la menata giudiziaria, della spia e l’avvocato Tom Hanks non ha grande mordente, tant’è che i miei giovani vicini di poltroncina rumoreggiavano fin troppo con cellulari, battute e pop-corn. Poi vuoi che li ho minacciati stile santa inquisizione, vuoi che è iniziato il secondo atto più coinvolgente, si sono zittiti.

Quando l’azione si sposta nella Germania post-conflitto in piena costruzione muro tutto si fa più interessante, il film vira sul genere spionistico e complice un’ambientazione ben fatta, lo spettatore è già dentro l’ingranaggio narrativo curioso di scoprire l’esito delle trattative dell’improbabile agente/avvocato Hanks. Nonostante un digitale posticcio di alcune scene (il treno), Spielberg mette in campo la sua incredibile capacità di disegnare momenti ad effetto dall’apparente semplicità, in un lungo crescendo fino all’epilogo perfetto che ti fa uscire dal cinema soddisfatto.

Non bellissimo, ma uno di quei film di Hollywood che fa bene il suo dovere, come pochi ormai riescono.

È tutto. Scusate la brevità, ma oh… sono pure io appena riemerso dalle ferie con ancora un intero allevamento sullo stomaco.

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