Steve Jobs di Danny Boyle

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Se sei effettivamente il migliore in quello che fai, lo devi dire, lo devi urlare in faccia a tutti i tuoi detrattori. Lo devi affermare con forza, talvolta prepotenza, a rischio di farti odiare, di essere insultato. Perché la vita non è come lo sport dove ci sono i numeri a darti ragione. I mediocri non riconoscono mai la superiorità di chi gli sta accanto, sarebbe come ammettere la sconfitta. Quindi o speri e aspetti un’improbabile benevolenza generale, oppure rendi talmente evidente quel dislivello fino a calpestare il fragile orgoglio di chi ti circonda.

Che poi è la morale del film.

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Jobs con Ashton Kutcher raccontava la vita, il mito. Steve Jobs l’uomo. 

3 momenti chiave. La presentazione del Mac, quella del Next e infine quella del iMac. Steve Jobs che si divide fra palco, camerini e corridoi a pochi minuti dall’inizio; con lui l’inseparabile assistente (Kate Winslet), fra deliri di onnipotenza e attenzione maniacale ai dettagli. A turno i suoi amici, colleghi e la figlia non riconosciuta, ognuno con un problema irrisolto, una disputa, o una richiesta per lui. Steve Jobs emerge così, attraverso le mille battute scandite dal countdown implacabile della presentazione.

20 minuti all’inizio, c’è Andy che ti cerca… 10 minuti devi parlare con tua figlia… Meno 5 minuti, è arrivato Wozniack… pronto a salire sul palco… Signori e signore Steve Jobs.

3 atti formalmente identici, ma non per questo scontati e noiosi. Danny Boyle insiste su macchina a mano e steady dando quel minimo di azione e movimento a scene statiche simili fra loro. Gli attori, a partire da Fassbender, sono tutti molto bravi e in parte, nessuna interpretazione indimenticabile, ma un insieme di grande impatto. Infine la sceneggiatura.

Aaron Sorkin, decide di puntare su una struttura ciclica ambientata fuori dal canonico laboratorio Apple, così come furono gli uffici legali di Social Network. Location inusuale dove la storia è raccontata tramite dialoghi fittissimi e flashback significativi. In Steve Jobs però i salti temporali fra passato e presente sono rari e brevi. Sorkin sfrutta il pretesto della presentazione per far entrare in scena i protagonisti e dare vita al conflitto interiore del protagonista. Una scelta interessante e lodevole, quasi da pièce teatrale; che purtroppo rischia di smorzare troppo la suspense nella seconda metà del film, rendendo il terzo atto fin troppo soporifero rispetto ai precedenti.

In ogni caso un film godibilissimo, che si prende il rischio di narrare una storia diversa rispetto alla classica biografia di successi e cadute. In pratica quella che tutti gli spettatori volevano vedere, e infatti al Box-Office USA è andato male.

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